Musica di qualità e festival “diffuso”: il Siren di Vasto colpisce nel segno

Eaffariitaliani28.07.2014

Un amore terribile. Quello cantato dalle sirene omeriche e quello cantanto dal palco di piazza del Popolo. Il terrible love dei The National e di Matt Berninger. E l’amore terribile di Luois Avrami, il cittadino americano che ha creato uno dei festival di maggiore interesse dell’estate italiana. Sì, il Vasto Siren Festival ha confermato il suo obiettivo primario: non è un festival come gli altri.

L’IDEA – Dal 24 al 27 luglio nella cittadina abruzzese si è tenuta la prima edizione di questo festival concepito da Avrami, un americano che da una ventina d’anni trascorre le sue vacanze proprio a Vasto. È lui che ha avuto l’idea di trasformare i suoi vicoli, le sue piazze affacciate sul mare e le sue spiagge in un teatro di musica di qualità. L’ambizione con cui è nato il Siren Festival è grande: riempire un buco e dare all’Italia una tre giorni di musica di qualità. Tanta bella musica, e non solo, in una cornice fatta anche di storia e bellezza, un po’ come da anni accade a Ferrara con il Ferrara sotto le stelle, ma con ritmi più da festival (e dunque più band, più spunti, più diversificazione). E di qualità ce n’era di sicuro in una line up che raccoglieva tra le migliori band indie rock, post-rock con incursioni nel folk e nell’elettronica. Ma il progetto era ancora più ambizioso: non solo musica ma anche incontri di letteratura, proiezioni notturne di film, dj set e altri eventi disseminati per la parte di città vecchia e quella affacciata direttamente sul mare. Insomma, una tre giorni di full immersion in un’altra dimensione che, sfruttando le bellezze artistiche e naturali di una città, restituisse l’idea di un grande festival internazionale.

LA MUSICA – Il 24 luglio c’è stato il prologo, con il concerto d’apertura affidato ai Giardini di Mirò, gruppo emiliano attivo già da più di 15 anni, che ha presentato il nuovo album “Rapsodia satanica”, in uscita a settembre, e la proiezione del film documentario sui The National, “Mistaken for Strangers”. The National che sono stati gli assoluti protagonisti della serata del 25 luglio, quando hanno suonato per ultimi sullo splendido palco di piazza del Popolo, al vertice estremo di un vero e proprio balcone che dà sul mare con una meravigliosa vista dall’alto su Vasto Marina e le scogliere. La band culto dell’indie rock, che ha all’attivo già 6 splendidi album, ha tenuto fede alla sua fama di “spaccare” dal vivo ed è stata protagonista di un’esibizione davvero intensa. Dopo che nel 2013 erano un po’ girati a vuoto, soprattutto nella data di Milano, stavolta i The National sono tornati al livello di Ferrara 2011 e Matt Berninger si è prodotto addirittura in tre stage diving, esplorando tutta la superficie e tutto il calore di piazza del Popolo. Sulle note di “Mr. November” si è addirittura arrampicato su un balcone salutando l’emozionata signora che stava tranquillamente seguendo il concerto da casa sua. Prima di loro si erano esibiti i The Drones ma soprattutto i Dry the River, astri nascenti del panorama britannico. Forse per l’orario (sono stati i primi a suonare) e forse perché non ancora molto conosciuti in Italia il pubblico non era per loro molto numeroso. Ma i presenti si sono entusiasmati sulle note di “No Rest”, “Lion’s Den” ma anche su quelle delle canzoni del nuovo album, “Alarms in the Heart” (in uscita il 25 agosto), che promette davvero bene.

Sabato 26 luglio decisa virata verso elettronica e post-rock. Da Alexis Taylor ai Fuck Buttons, da Tycho a John Grant è un continuo susseguirsi di suoni, atmosfere, suggestioni. Ma a colpire maggiormente nel segno è Scott Hansen, conosciuto appunto con lo pseudonimo di Tycho, che fa viaggiare in un’altra dimensione il pubblico del cortile D’Avalos. Anche i meno avvezzi alla musica solo strumentale non hanno potuto fare altro che applaudire. Indice di gradimento alto anche per il cantautore americano John Grant, che dopo una lunga carriera da frontman degli Czars si è dato alla carriera solista e passando dal folk all’elettronica. Un passaggio e una cesura evidenti ma che non stonano per nulla. Subito dopo un principio di tempesta (poi scongiurata) ecco arrivare direttamente dalla Scozia i Mogwai. Un’ora e mezza onirica fatta di (tante) chitarre e atmosfere cinematografiche che ammalia e inquieta, proprio come il canto delle sirene.

IL BILANCIO – L’obiettivo minimo della vigilia di questa prima edizione del Siren Festival era raggiungere le duemila presenze. Obiettivo che, seppur senza cifre ufficiali, sembra essere stato raggiunto. Le presenze sono state numerose soprattutto nella seconda serata. Il pubblico è arrivato un po’ da tutta Italia, soprattutto dalle regioni del Centro-Sud, attirato da una line up davvero di alto livello. Sicuramente azzeccato il luogo, come ha ammesso ad Affaritaliani.it, Peter Liddle, frontman dei Dry the River: “E’ una piazza magnifica, davvero una figata suonare qui… Anche se non erano in molti a cantare per noi”. Parecchi anche gli stranieri che hanno spesso abbinato il già programmato soggiorno al mare con la possibilità di assistere al festival. Molto meno numerosi invece i vastesi e in genere il pubblico locale. Qualcuno ha lamentato una scarsa pubblicizzazione locale dell’evento e in generale non era semplice attrarre grandi masse compatte visto che i gruppi che si sono esibiti, per quanto di assoluta qualità, non sono così popolari e conosciuti. L’incontro dunque tra festival e territorio è riuscito solo in parte. Il connubio funziona benissimo per gli esterni, forse meno per i locali che non sempre hanno vissuto l’evento come una propria emanazione ma invece come un corpo esterno. Ma il bilancio non può che essere positivo per un evento che, con tutte le ingenuità di una prima edizione, dimostra già una grande personalità e una grande ambizione. La speranza è che si possa replicare perché il canto delle sirene, per quanto pericoloso, è irresistibile.

Fonte: Affaritaliani.it

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